Mail

Nakba Day e Europei di calcio Under 21 in Israele

israele_palestina[1]

Aumenta la protesta dei gruppi di solidarieta’ con il popolo palestinese verso la decisione dell’UEFA di tenere il mese prossimo gli Europei under 21 in Israele

Roma, 14 maggio 2013, Nena News – I villaggi palestinesi distrutti tra il ’47 e il ’48, e cancellati dalla faccia della terra, in quella che è chiamata la Nakba (catastrofe), furono 532: gli abitanti, 750.000, ma secondo alcune fonti 900.000, furono cacciati con la forza o fuggirono, non pochi furono uccisi.

Gli stadi individuati per le finali Under 21 in Israele sono situati nelle città di Gerusalemme, Tel Aviv, Nethania e Petah Tikva, che in parte sono state costruite, o si sono estese, al di sopra dei villaggi distrutti nel corso della Nakba che culminò nel ’48, ma si protrasse fino al ’49, dopo essere stati ripuliti dai loro originari abitanti palestinesi.

A Tel Aviv, i giochi si svolgeranno nello stadio BLOOMFIELD già BASA, dal quale è stato espulso il club palestinese Shabab el-Arab nel 1948. Come riserva, è stato individuato lo stadio RAMAT GAN, che è stato costruito sui terreni dai villaggi palestinesi di Jarisha e al-Jammasin al-Sharqi sequestrati in base alla legge del 1950 sulla proprietà degli assenti. Altri quartieri e villaggi su cui si è allargata Tel Aviv sono ancora: Al Manshyya, Al-Jamassin al- Gharbi, Al-Shaykh Muwannis, Salama, e Summayl.

Furono distrutti e ripuliti etnicamente dalle bande dell’Irgun Zwai Leumi, dell’Haganah, e dalla famigerata Alexandroni. Tutti erano fiorenti villaggi, sulle cui terre ben coltivate e irrigate (a smentire la narrativa israeliana secondo cui Israele ha trasformato in giardini quello che era un deserto), sorgevano piantagioni di cerali, e si estendevano alberi di agrumi ed uliveti.

A Nethanya, si giocherà nel Nethanya Municipal Stadium, che incombe sull’unico edificio rimasto del villaggio palestinese di Bayyarat Hannun, distrutto e ripulito col terrore dai suoi abitanti il 31 marzo 1948, nell’ambito dell’operazione Coastal Clearing (Ripulitura della costa). Dove siano andati i suoi abitanti non si sa.

L’altro villaggio scomparso è l’antichissima Umm Khalid. A Petah Tikva, i giochi si svolgeranno nello stadio HaMoshava. La città si è estesa fino a ricoprire totalmente la terra e quello che una volta era il villaggio di Fajja, sorto su antichi resti archeologici che, prima della distruzione, erano ancora visibili. Il 17 febbraio del 1948 le bande terroristiche dell’Haganà e dell’Irgun terrorizzarono gli abitanti costringendoli a fuggire. La pulizia etnica fu completata il 15 maggio. Il villaggio fu completamente distrutto tranne una casa.

A Gerusalemme, si giocherà nel Teddy Stadium, costruito accanto al villaggio palestinese, quasi completamente distrutto di al-Maliha, 5.798 abitanti prima dell’occupazione. Il villaggio è stato etnicamente ripulito dai suoi abitanti il 15 luglio del 1948, ad opera di bande dell’Irgun Zvai Leumi e del Palmach. Le poche case arabe rimaste sono abitate da coloni ebrei: la moschea è ancora in piedi col suo minareto che si erge, ormai in stato di abbandono, al centro del villaggio.

Il Teddy Stadium è anche la sede della famigerata squadra israeliana Beitar Jerusalem, i cui tifosi hanno dato alle fiamme la sede amministrativa del club nel mese di febbraio 2013, dopo che sono entrati nella squadra due giocatori musulmani provenienti dalla Cecenia. Un mese dopo, i tifosi hanno lasciato lo stadio quando uno di loro ha segnato il suo primo gol. Moshe Zimmermann, uno storico dello sport presso l’Università ebraica, smentisce le affermazioni che i tifosi del Beitar Jerusalem siano solo una frangia estremista, e dichiara: “Il fatto è che la società israeliana nel suo complesso diventa sempre più razzista, o almeno più etnocentrica, e questi fatti ne sono un’espressione”. Gerusalemme fu attaccata dalla bande sioniste nell’aprile del ’48.

Il 9 aprile ci fu il massacro di Deir Yassin: il villaggio fu completamente distrutto e gli abitanti massacrati. Alla fine i morti erano oltre 100. Tale massacro sparse il terrore negli altri villaggi ed iniziò la fuga. Il 14 maggio la parte nuova di Gerusalemme fu occupata, mentre 40 villaggi ad ovest della città furono in parte distrutti, e ripuliti di tutti i loro abitanti. Più di 90.000 persone, che abitavano Gerusalemme e i villaggi confinanti persero tutti loro averi e il diritto di vivere nelle loro case. Il 7 giugno 1967, le forze militari israeliane occuparono anche Gerusalemme Est, che fu annessa a Gerusalemme Ovest.

Nell’opera di demolizione dei villaggi intorno a Gerusalemme si distinse la brigata Harel di Hitzhak Rabin, futuro primo ministro e premio Nobel per la pace, che evacuò le case con la forza e le distrusse facendole esplodere.

La Nakba non è finita e si rinnova continuamente, attraverso i bombardamenti su Gaza, attraverso l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e la costruzione delle colonie illegali in Cisgiordania, attraverso i raid quotidiani delle forze di occupazione, attraverso le costrizioni cui sono sottoposti i Palestinesi di Israele, trattati come cittadini di serie B.

Per questo, Israele non merita di ospitare la Coppa UEFA Under 21 del 2013. Dare ad Israele l’onore di ospitare un evento sportivo internazionale sarebbe come premiare i suoi comportamenti contrari ai valori sportivi. Nel giugno 2011, 42 squadre di calcio palestinesi si sono rivolte a Michel Platini affinché la UEFA, di cui Platinì è presidente, rivedesse la propria decisione di tenere il campionato in un paese che occupa militarmente la Palestina, non rispetta il diritto internazionale e viola costantemente i diritti umani, infischiandosene della disapprovazione internazionale, peraltro assai blanda.

Da quel momento, in tutta Europa, Italia inclusa, e in tutto il mondo, è cresciuta la campagna di mobilitazione Cartellino rosso all’Apartheid israeliana. La campagna fa parte del movimento globale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) lanciato dalla società civile palestinese nel 2005, che trae ispirazione dal movimento anti-apartheid in Sud Africa, nel quale il boicottaggio sportivo ha svolto un ruolo importante. Contro la Coppa UEFA in Israele, finora sono state raccolte oltre 15000 firme online e si sono espresse 50 stelle del calcio europeo, oltre a personalità come il regista britannico Ken Loach, Marie Georges Buffet, già ministro dello sport francese, e il compianto Stephane Hessel, co-estensore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Nel settembre 2010, Michel Platini si era detto preoccupato per le restrizioni che Israele impone ai calciatori palestinesi, ed era arrivato a dire: “Israele deve scegliere tra consentire allo sport palestinese di continuare e prosperare oppure essere costretto ad affrontare le conseguenze per i sui comportamenti.” Da quella dichiarazione sono trascorsi due anni e mezzo, e non sono certo “prosperate” le condizioni dello sport palestinese. I militari israeliani, hanno di nuovo bombardato Gaza, distruggendo le infrastrutture sportive e del calcio, tra cui la sede del Comitato Nazionale Paraolimpico e lo Stadio Nazionale di Rafah, e hanno ucciso quasi 200 persone, tra cui ragazzi che giocavano al pallone.

I calciatori palestinesi sembrano essere proprio nel mirino di Israele: tre giocatori della Nazionale, Ayman Alkurd, Shadi Sbakhe e Wajeh Moshate, sono stati uccisi nell’operazione Piombo fuso. E ci sono voluti tre mesi di sciopero della fame ed una protesta internazionale perché Israele rilasciasse, nel luglio dell’anno scorso, il giocatore della nazionale Mahmoud Sarsak – arrestato mentre viaggiava da Gaza in Cisgiordania per una partita e detenuto per tre anni senza capo d’accusa né processo. Mentre sono ancora in prigione, insieme a 4.500 detenuti politici palestinesi, il portiere della squadra olimpica Omar Abu Rois e il giocatore di Ramallah Mohammed Nimr. Il calciatore Zakaria Issa, invece, è morto di cancro in prigione, senza aver avuto la possibilità di accesso ad alcuna cura.

Come per tutti i Palestinesi, anche per i calciatori vige il divieto di movimento, sia nei Territori Palestinesi Occupati sia verso l’estero, per cui è molto difficile per loro allenarsi o gareggiare. E se verrà confermato il mal concepito piano di tenere il Campionato Under 21 in Israele, a migliaia di tifosi di calcio palestinesi dei TPO sarà negato l’ingresso in Israele per vedere le partite, mentre i coloni israeliani saranno liberi di andare e venire senza ostacoli.

La campagna europea Cartellino Rosso chiede che il potenziale positivo dello sport sia utilizzato per fare pressione su Israele, affinché ponga fine agli abusi e alle violenze, di cui si macchia da 65 anni e che lo rendono inadatto ad ospitare eventi sportivi internazionali. Permettere ad Israele di ospitare i giuochi ne rafforzerebbe il senso di impunità.

Attivisti della campagna provenienti da tutta l’Europa manifesteranno al prossimo Congresso UEFA, che si terrà a Londra il 24 maggio, e chiederanno che Mahmoud Sarsak possa intervenire al Congresso per spiegare le ragioni della campagna che chiede di spostare la coppa Under 21 in un altro paese oltre a sospendere Israele dall’ UEFA e dalla possibilità di ospitare futuri eventi sportivi fino a quando non rispetti il diritto internazionale.

Chiediamo che anche gli attivisti e sportivi italiani per la pace si uniscano alla campagna inviando così il messaggio forte che nel calcio non c’è posto per la negazione sistematica dei diritti umani. Nel caso l’UEFA scelga di ignorare i tanti appelli per spostare il campionato, facciamo appello ad indire proteste in tutta l’Italia l’8 giugno, giorno della partita Italia – Israele.

di Loretta Mussi*
Nena News

*Cartellino rosso all’Apartheid israeliana

3 commenti

  1. Annalisa Ferramosca Rispondi

    Spettabile Redazione,
    sono allibita e indignata, e non con Israele.
    Perché – quali che siano le Vostre intenzioni – chiedere un boicottaggio contro gli stadi israeliani, inclusi quelli siti entro la c.d. linea verde, in considerazione delle distruzioni di villaggi arabi nella guerra del 1948, significa avallare la tesi dell’illegittimità della stessa esistenza dello Stato di Israele: in altre parole, negare ad un popolo il diritto alla sovranità nazionale.
    Tra l’altro, ignorando il fatto che non furono gli ebrei a rifiutare il piano di spartizione proposto dalle Nazioni Unite nel 1947, che contro di loro i vicini arabi scatenarono violenze sin dal voto dell’ONU favorevole alla spartizione e che, nella guerra di indipendenza del 1948, gli israeliani (seicentomila circa, neonati inclusi) si difesero dall’aggressione di Egitto, Libano, Siria, Transgiordania e, se non erro, Iraq, pagando un tributo di seimila morti.

    Quanto ai calciatori morti a Gaza, forse sarebbe il caso di ricordare le migliaia di razzi e missili che da Gaza sono stati lanciati contro Israele dopo il ritiro israeliano (lanci il cui inizio precede il blocco navale attuato da Israele).

    In conclusione, l’8 giugno io farò il tifo per l’amicizia tra l’Italia e Israele.

    E voglia il Signore concedere a tutti i popoli la pace!
    Cordialmente, con la speranza di non dovermi più augurare (naturalmente, invano) che nessun ebreo acceda al Vostro sito,
    Annalisa Ferramosca

    1. Vincenzo Pezzino Rispondi

      La sig.ra Ferramosca nel suo commento fa riferimento all’ubicazione dei campi di calcio, ribadendo che si trovano in territorio israeliano. E va bene.
      Peccato però che l’articolo in questione, dopo le prime battute sui campi di calcio, vada ben oltre e illustri la drammatica situazione della popolazione palestinese, i cui diritti fondamentali sono palesemente violati.
      Ma questo sembra non interessare molto alla sig.ra Ferramosca.
      E allora, se è veramente amante della pace e della giustizia, la invito ad alcune letture:
      Rapporto Goldstone, settembre 2009;
      Rapporto di Human Rights Watch, dicembre 2010;
      Dichiarazione della IADL (International Association of Democratic Lawyers, settembre 2012;
      Risoluzione del Parlamento Europeo del 5 luglio 2012;
      si potrebbe continuare con infinite risoluzioni dell’ONU e di organismi internazionali, che condannano unanimamente le politiche discriminatorie di Israele nei confronti dei Palestinesi, fino a configurare un vero e proprio regime di “apartheid”.
      Tutti faziosi? Tutti di parte? Non credo proprio. E neanche la sig.ra Ferramosca potrà crederlo.
      Quanto poi ai razzi sparati da Gaza verso il territorio meridionale di Israele, certo, è vero. M anche qui la sig.ra Ferramosca si ferma e tace sulle morti palestinesi. E’ ben strano. Forse per lei è valida l’equazione: 1 morto israeliano=100 morti palestinesi.
      E’ molto triste, ma anch’io ho sempre qualche speranza…

      Vincenzo Pezzino

      1. Annalisa Ferramosca Rispondi

        Gentilissima Redazione,
        col Vostro permesso, vorrei rassicurare il signor Pezzino che amo veramente la giustizia e la pace e non sono affatto indifferente alla sorte dei Palestinesi.
        Ma non credo che si renda un buon servizio alla causa della pace invitando al boicottaggio di uno Stato (Israele) il cui popolo lotta per la sua stessa sopravvivenza sin da quando i suoi vicini rifiutarono il piano “Due popoli – due Stati” delle Nazioni Unite nel 1947.
        Non credo si possano ignorare gli atti di guerra e terrorismo dei Palestinesi (sia di Gaza che della Cisgiordania), iniziati nel corso stesso delle trattative di pace, o il fatto che Hamas continua a dichiarare che lo Stato di Israele deve essere interamente cancellato, considerandolo un obbligo religioso per ogni musulmano. Idea tuttora molto diffusa, e forse prevalente, nel mondo arabo e musulmano.
        Ed ancor meno credo che giovi alla pace ed alla giustizia accusare Israele di ‘apartheid’: una falsità gravemente offensiva sia nei confronti di Israele che di quanti patirono davvero l’apartheid in Sudafrica.
        Gli arabi israeliani sono elettori ed hanno deputati alla Knesset, sono magistrati, funzionari, diplomatici, ufficiali (se si arruolano volonariamente), professori universitari …
        Per quanto riguarda il Rapporto Goldstone, l’ultima volta che ne ho udito parlare fu quando il suo autore sostanzialmente lo ritrattò, in un’intervista credo al Washington Post. Il che suscita in me almeno qualche dubbio sull’attendibilità del Rapporto.
        Quanto alle Nazioni Unite, è da molti anni che non mi illudo più sulla loro imparzialità e giustizia. Si tratta non solo di un’assemblea politica, in cui ovviamente ogni Stato ha i propri interessi, ma soprattutto di un ‘Club’ molti dei cui membri sono Stati assolutamente non democratici.
        Quando, poi, comitati e commissioni ONU condannano Israele decine di volte e nulla o quasi dicono della repressione in Tibet, dei milioni di morti in Congo, degli orrori della Corea del Nord, delle persecuzioni e discriminazioni contro i cristiani in molti Paesi, ecc., ecc., i miei dubbi aumentano.
        Resto convinta del fatto che dovremmo davvero fare pressioni per la pace, ma nei confronti dei Palestinesi e degli Stati arabi, per convincerli ad accettare davvero, una volta per tutte e senza riserve, il diritto di Israele ad esistere come Stato sovrano, espressione nazionale del popolo ebraico, oltre che, naturalmente, Stato degli altri suoi attuali cittadini.

        Se si giungesse all’accordo su questo punto, e fosse rispettato, ogni altro contrasto si potrebbe molto più agevolmente appianare.

        Voglia il Cielo che ciò possa avverarsi presto!
        Cordialmente,
        Annalisa Ferramosca

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.