La strategia dell’Impero

(13/11/2012)

Padre Balducci nel 1991 poco prima di morire aveva promosso la scrittura di un libro di Manlio Dinucci poi pubblicato con questo titolo. L’URSS era in disfacimento. La fine della Guerra Fredda faceva sperare in un futuro di Pace (intesa come assenza di guerra). Venne però alla luce quello che stava bollendo in pentola, come ad esempio il cambio di finalità della NATO che si stava riconfigurando nella ‘difesa degli interessi’ e non più dei territori soltanto delle nazioni aderenti. Risultato: una serie di guerre che pare non aver fine.

Cosa bisogna aspettarsi da Obama? C’è chi sostiene che fa del suo meglio assediatocome è dai vari poteri occulti e non che comandano negli USA. C’è chi sostiene che i presidenti democratici si sono sempre distinti negli affari di guerra (vedi Truman alla fine della II Guerra Mondiale), forse proprio come i governi di sinistra in Italia; perché ‘i pacifisti’ sono di sinistra e fanno fatica a criticare i propri esponenti quando sono al governo.

Noi stiamo con Paolo.  Non quello delle lettere pseudo-epigrafe o di alcune frasi spurie qua e là sparse nelle lettere autentiche, in base alle quali fu definito da Schweitzer il ‘difensore dello status quo’. Stiamo con Quello che si opponeva ai poteri imperiali che opprimevano i deboli. Quello che chiedeva ai Corinti ricchi di non scandalizzare i poveri durante le assemblee con i loro cibi succulenti mentre gli altri avevano fame.

Le strategie degli Imperi possono cambiare. I frutti però ne svelano le finalità

(FD)

L’arte della guerra
 Menomale che Barack c’è

 

Manlio Dinucci

 

I laboratori militari Usa hanno forse inventato una sostanza che, sparsa nell’aria, fa perdere la memoria. Ciò spiega perché tante voci della sinistra si sono unite all’inno a Barack levatosi da un vasto coro multipartisan, felice perché «Obama ce l’ha fatta».

Cancellata l’idea che possa esistere un mondo diverso da quello capitalista, l’unica prospettiva resta quella del meno peggio. Ma siamo sicuri che Obama rappresenti il meno peggio? Durante la sua amministrazione – documenta il New York Times in base ai dati ufficiali – «le disparità di reddito negli Usa sono salite ai livelli più alti dalla Grande Depressione».

Dopo aver provocato con speculazioni finanziarie la crisi del 2008, tamponata dal governo con centinaia di miliardi di dollari riversati dalle casse pubbliche in quelle delle banche, 1’1% più ricco si è accaparrato il 93% dei guadagni della ripresa. E i superricchi (lo 0,01% della popolazione) hanno quadruplicato il loro reddito.

L’aumento delle tasse ai ricchi, che Obama ha promesso indossando in campagna elettorale i panni di Robin Hood, sarà molto relativo. Lo conferma il boom di acquisti, a Manhattan, di superattici da 10 milioni di dollari e più.  Allo stesso tempo, negli Usa, proliferano le «tent cities», tendopoli abitate soprattutto da famiglie della middle-class le cui case sono state requisite dalle banche creditrici. Sui settori più disagiati ricadrà  il taglio della spesa pubblica, previsto in 1.200 miliardi di dollari in dieci anni.

Peggiorerà ancora la scuola pubblica, già dissanguata dai tagli (ma ciò non preoccupa Obama, che manda le figlie in costosi istituti privati). Resterà precaria per la maggioranza l’assistenza sanitaria: la tanto sbandierata riforma è un lucroso business per le grandi compagnie assicurative, che ricevono centinaia di miliardi per fornire assistenza sanitaria in base a meccanismi che lasciano, però, molti senza cure adeguate. Per di più, i fondi di Medicare (l’assistenza agli anziani) saranno tagliati di 11 miliardi di dollari nel 2013.

Né hanno molto da sperare gli oltre 50 milioni di cittadini, tra cui 17 milioni di bambini, in condizione di «insicurezza alimentare», ossia senza abbastanza cibo per mancanza di denaro, aumentati durante l’amministrazione Obama dal 12% a oltre il 16% della popolazione.

Hanno invece molto da sperare i capi del Pentagono e gli azionisti delle industrie belliche. Con alla Casa bianca un Premio Nobel per la pace, la spesa militare Usa è salita a oltre 700 miliardi di dollari, circa  la metà di quella mondiale. Così il Pentagono può mantenere «forze militari pronte a concentrarsi sia nelle guerre attuali, sia nei potenziali futuri conflitti».

Il modello è la guerra alla Libia, che gli Usa adottano per cercare di disgregare altri stati, tra cui Siria e Iran, che ostacolano la loro avanzata nella regione Asia/Pacifico. Una guerra sempre più segreta, condotta con forze speciali e droni, in cui il presidente stesso redige la «kill list» comprendente persone di tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti, sono condannate segretamente a morte.

E mentre Michelle Obama promuove la campagna «Thank an American Hero», inviando cartoline ai militari in guerra, in Puglia le dedicano un olivo millenario, simbolo di pace.

(il manifesto, 13 novembre 2012)

5 commenti

  1. Vincenzo Pezzino Rispondi

    Per esempio al penultimo capoverso, dove, a parte la “guerra segreta” contro Siria e Iran, che può ancora passare per un’opinione, si fa riferimento a una “kill list” redatta dal presidente, cioé Obama.
    Questo francamente è poco credibile e non si dovrebbe scrivere con leggerezza, a meno che non ci siano fondati motivi per sostenerlo.

    1. frd Rispondi

      Allego il link di un articolo apparso in Maggio sul NYT dove vengono riportate interviste a collaboratori di Obama che parlano di come funziona la black list:

      http://www.nytimes.com/2012/05/29/world/obamas-leadership-in-war-on-al-qaeda.html?pagewanted=all&_r=0

      Bisogna aggiungere che negli USA notizie di questo tipo su presidenti passati (come Kennedy, vedi libro di Chomsky su carte desecretate) sono state ampiamente pubblicate. L’Italia che sta alla periferia dell’Impero spesso viene tenuta all’oscuro.
      Non so la ragione precisa. Credo che chi beneficia di tali atti chiude più facilmente un occhio. Gli italiani sarebbero meno condiscendenti. Credo che l’utilizzo del termine ‘missioni di pace’ faccia parte di questo scenario.

      Grazie per i commenti, comunque.

      1. Mojtaba Rispondi

        Quel link del new york times non ha nulla a che vedere con la guerra in Libia e gli inesistenti interventi americani in iran o in siria ma sempre paventati con vivida preoccupazione dall’articolo di dinucci.
        Credo che ci siano molti buoni motivi per criticare gli usa ma andare a difendere la teocrazia iraniana e la siria di assad è ridicolo.

  2. Vincenzo Pezzino Rispondi

    Una parte di questo articolo mi sembra semplice diffamazione.
    Sarei curioso di leggere delle prove convincenti delle cose più “nere” che vengono riferite.

    1. frd Rispondi

      Se gentilemente mi volesse segnalare a cosa si riferisce specificamente posso rigirare le sue all’autore dell’articolo.
      Buona giornata

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