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Sospesi sull’orlo del baratro nucleare

No all’ipocrisia armamentista e alla logica del nemico

(Sergio Paronetto)
«Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa» (Hiroshima 24 novembre)

«Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace. In questo senso anche la dissuasione nucleare non può che creare una sicurezza illusoria. Perciò non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e chiuso all’interno dei muri di indifferenza, dove si prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato, invece di custodirci gli uni gli altri» (messaggio per la Giornata mondiale del 1 gennaio 2020)

La solenne condanna degli armamenti atomici che Francesco ha pronunciato in Giappone il 24 novembre 2019, ribadita nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1 gennaio 2020 (La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica), presenta un rilevo geopolitico di prima grandezza. Fa volare alto il pensiero politico mettendo a nudo le nostre immense incoerenze e contraddizioni. Peccato che quasi nessuno se ne sia accorto. Ciò che colpisce e indigna è il silenzio degli esponenti politici di tutti i partiti e, tranne poche eccezioni, della Chiesa italiana che (anche in questo caso) non riesce ad accogliere con slancio il magistero del papa.

Domande radicali e scomode

Sviluppo il mio ragionamento tenendo presente sia le tre domande formulate a Hirosshima sia altre tre offerte nel Messaggio del 1 gennaio 2020. Sono domande scomode e imbarazzanti atte a svelare «l’ipocrisia armamentista» di chi parla sempre di pace ma prepara e pratica la guerra. La prima: come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi da guerra?. La seconda: come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti?-

Già come possiamo? Il monito è rivolto a quei paesi, tra cui l’Italia, che hanno violato il Trattato di non proliferazione nucleare del 1987 e non hanno sottoscritto il Trattato ONU del luglio 2017 per la messa al bando delle armi nucleari. Oggi le potenze nucleari posseggono circa 15.000 testate nucleari. Il 90% appartengono a Usa e Russia. Gli altri paesi che ne sono in possesso sono Francia e Cina (con 300 ciascuno), Gran Bretagna (215), Pakistan e India (con 120 ciascuno), Israele (80), Corea del nord (20). Altri cinque paesi europei (Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia) detengono insieme 150 testate nucleari statunitensi. In Italia le bombe nucleari sono circa 70, modello B 61 (sganciabili verticalmente sull’obiettivo). Stanno per essere sostituite dalle nuove più micidiali bombe B 61-12 che hanno una testata nucleare con quattro opzioni selezionabili, che possono essere trasportate dai famosi F-35, guidate da un sistema satellitare. Oggi Usa, Russia e Cina stanno spendendo cifre colossali per nuovi armamenti offensivi (si parla anche di armi ipersoniche!). Lo scopo è quello di decapitare il nemico con un first strike nucleare o comunque di controllarlo con la minaccia di distruzione globale. Le grandi e medie potenze o direttamente o per procura, come accade in Medio Oriente, in Asia e in Africa, stanno usando lo strumento militare allargando o rovesciando alleanze con feroce cinismo (come capita coi curdi) per difendere i loro interessi, per dividere e comandare.

Il papa ci chiede di «alzare la voce contro la corsa agli armamenti» che spreca risorse preziose in un mondo dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane. Per questo motivo «i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere, e vendere armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo»

La terza domanda del papa (come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?) riguarda la vita politica quotidiana e chiama in causa il linguaggio volgare e violento dilagante sui social, su parte della stampa o in tv, usato sia da politici nazionalisti, sia da religiosi fondamentalisti, sia da imprenditori della paura prigionieri di ideologie totalitarie, razziste o maschiliste. Esso sta dilagando, pronto a colpire con insulti e volgarità non solo i movimenti contro il riarmo ma anche quelli contro il degrado climatico e ambientale, contro il linguaggio dell’odio, contro i femminicidi, contro il fascismo, contro i più deboli.

Le dimensioni e le tappe del disarmoNel messaggio per la Giornata del 1 gennaio 2020il papa ci presenta altre tre domande. Come, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente?.
Il suo testo sviluppa quello giapponese proponendosi come un’enciclica sulla nonviolenza (prefigurata negli altri messaggi di inizio anno, in particolare nel messaggio del 1 gennaio 2017 su La nonviolenza: stile di una politica per la pace).Il magistero pontificio sul nucleare riguarda, infatti, ogni tipo di armamento e tutta la moderna corsa agli armamenti, già condannata da Giovanni XXIII nel 1963, dal Concilio Vaticano II nel 1965, dal documento della Santa Sede sul disarmo del 1976 e da altri papi. Il papa tocca le varie dimensioni del panorama armamentistico, cosciente che «la guerra è sempre un fratricidio» e che «la vera pace è solo quella disarmata»Ci dice che «la questione della pace permea tutte le dimensioni della vita comunitaria». Ci propone alcune tappe interconnesse dell’impegno comune che riguardano la storia (fare memoria per alimentare la speranza), l’antropologia (risvegliare la coscienza, purificare la psicologia dei popoli), l’economia politica (opporsi alle ambizioni egemoniche e agli abusi di potere, tagliare i guadagni delle spese militari, costruire un giusto sistema economico), il diritto (coniugare diritti e doveri, sviluppare la democrazia, praticare il multilateralismo, creare strumenti giuridici operativi efficaci), l’ecologia (conversione ecologica integrale, integrazione della lotta per il disarmo in quella per la cura del creato), la società civile (essere testimoni convinti e pazienti artigiani di pace, cittadini responsabili e capaci di compassione), la pedagogia (superare la paura dell’altro, promuovere una cultura dell’incontro, del dialogo e dell’accoglienza), la teologia (radicata nei profeti biblici e nel Vangelo di Cristo), la chiesa («irrevocabilmente impegnata nella decisione di promuovere la pace»). Il papa cita direttamente i suoi discorsi in Giappone ela Laudato si’, Paolo VI, la Gaudium et spes, Benedetto XVI e S. Giovanni della Croce per il quale «non si ottiene la pace se non la si spera». Il messaggio va letto e riletto con calma. Contiene indirettamente molti richiami a persone e ad esperienze significative di ieri e di oggi. Mi limito solo a ricordare il passo ecologico.

La conversione ecologica come trasformazione

«Di fronte alle conseguenze della nostra ostilità verso gli altri, del mancato rispetto della casa comune e dello sfruttamento abusivo delle risorse naturali – viste come strumenti utili unicamente per il profitto di oggi, senza rispetto per le comunità locali, per il bene comune e per la natura – abbiamo bisogno di una conversione ecologica». Il Sinodo sull’Amazzonia (ottobre 2019), osserva il papa, ci indica la strada. Per tale fine occorre promuovere «un nuovo modo di abitare la casa comune, di essere presenti gli uni agli altri con le proprie diversità, di celebrare e rispettare la vita ricevuta e condivisa, di preoccuparci di condizioni e modelli di società che favoriscano la fioritura e la permanenza della vita nel futuro, di sviluppare il bene comune dell’intera famiglia umana. La conversione ecologica alla quale facciamo appello ci conduce quindi a un nuovo sguardo sulla vita, considerando la generosità del Creatore che ci ha donato la Terra e che ci richiama alla gioiosa sobrietà della condivisione. Tale conversione va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita». Ogni credente e ogni aderente a Pax Christi può così camminare assieme a realtà come la rete per i Nuovi stili di vita, Fridays for future, Extincion rebellion, Associazione Laudato si’, Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile e altro per contribuire allo sviluppo di una ampio, plurale e integrale movimento per il disarmo. La gratitudine rivolta al papa (non a caso colpito da una campagna denigratoria e ostile) ha senso se diventa azione severa e serena, responsabile e gioiosa.