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Convegno di Pax Christi, Sotto il Monte, 30-31 dicembre 2017

Convegno di Pax Christi a Sotto il Monte, 30.12.2017 [1]

Convegno di Pax Christi a Sotto il Monte, 30.12.2017

Il convegno di Pax Christi svoltosi nei pressi di Bergamo, a Sotto il Monte, presso il P.I.M.E, dal significativo titolo contro la guerra “Alienum est a ratione”, non ha deluso le aspettative, offrendo agli intervenuti contenuti densi, propositi forti e momenti di alta spiritualità.
Il coordinatore nazionale di Pax Christi don Renato Sacco ha tenuto saldamente in mano il filo conduttore dell’intero convegno.
La mattina del 30 dicembre, nel momento iniziale di preghiera Gianni Novello ha sottolineato, attraverso i Salmi e l’opera di padre Turoldo, i valori della famiglia umana, della pace tra i popoli e dell’amore, mettendo in guardia dal pericolo di considerare oggi l’umano una passione inutile, e concludendo con la “preghiera con il creato” dell’enciclica Laudato si’.
Il presidente don Giovanni Ricchiuti, ricordando che nulla è impossibile a Dio, ha invitato a credere nel dono della pace, possibile se tutti ci impegniamo e abbiamo fiducia in Dio. Ha inoltre spiegato che in fondo per un felice imprevisto ci ritrovavamo a Sotto il Monte proprio 50 anni dopo la prima marcia svoltasi nella città natale di papa Giovanni XXIII.
La vice-presidente Giuliana Mastropasqua ha significativamente accostato le figure la cui memoria profetica veniva ricordata quel giorno, a tre caratteristiche irrinunciabili della pace: papa Giovanni alla riconciliazione, tra persone, popoli, religioni; padre Turoldo alla resistenza (nonviolenta); don Tonino Bello all’audacia nel ricercare la pace.
Sergio Paronetto, presidente del Centro Studi di Pax Christi, nel delineare le tre figure che ci sollecitano “Memoria e Impegno”, ha ricordato che don Tonino Bello e padre David Maria Turoldo erano uniti dal Concilio in una solidarietà comune. In particolare padre Turoldo sorreggeva don Tonino quando questi veniva attaccato da parte della gerarchia. Al rivoluzionario messaggio dell’enciclica “Pacem in Terris” di papa Giovanni si può collegare anche l’appello di don Tonino a “sognare a occhi aperti, ma con i piedi per terra”. Con la proclamazione di papa Giovanni XXIII come patrono dell’esercito, pessimisticamente potrebbero essersi compiute tre operazioni: la cattura burocratica e corporativa del papa buono; il rilancio della teoria della guerra giusta; imbrigliare lo sforzo di pace di papa Francesco. Volendo invece volgere in termini positivi questo patronato, potremmo immaginare che esso dovrebbe ispirare l’esercito a bloccare le nuove armi, a orientarne la trasformazione in una polizia internazionale dell’ONU, a creare i corpi civili di pace, a smantellare i cappellani militari dalle gerarchie militari. Mai la chiesa italiana ha affrontato “chiaramente” il tabù della produzione e commercio delle armi, salvo alcune dichiarazioni sparse e singole. Solo papa Francesco ne parla con estrema chiarezza, tenendo viva la profezia della “Pacem in Terris”.
L’intervento di don Luigi Bettazzi, personalmente alla sua 50^ marcia della pace, ha fatto rivivere le origini del movimento. Egli ha ricordato che Pax Christi è nata proprio per “disarmare la chiesa” e che la prima marcia della pace si era svolta proprio a Sotto il Monte 50 anni fa. La marcia fu inizialmente una iniziativa di Pax Christi e solo successivamente divenne una manifestazione anche della CEI. La marcia ha un significato di richiamo e di impegno innanzitutto per chi vi partecipa. Ha sottolineato, infine, che il valore della pace ha un ruolo centrale e non marginale nel cristianesimo.
Giuliana Bonino, già segretaria nazionale di Pax Christi, ha rievocato l’impegno concreto di Pax Christi, l’unico movimento in ambito ecclesiale a schierarsi a favore dell’obiezione di coscienza. Inoltre, Pax Christi International, nata con determinate caratteristiche nel dopo guerra, rifondò il movimento sulla base della “Pacem in Terris”. Oggi occorre lavorare nella campagna per la messa al bando delle armi nucleari ed è indispensabile collaborare con le altre sezioni nazionali per portare avanti questo progetto. Bisogna chiedere ai fedeli italiani una obiezione di coscienza personale alle armi nucleari e sarebbe molto utile organizzare dei campi di formazione per giovani, alla Casa per la Pace, su questo tema.
Dopo la presentazione del libro “Vie islamiche alla nonviolenza” di Jawdat Said, da parte di Annarita Cenacchi e Mauro Innocenti del punto pace di Bologna, la sessione pomeridiana del convegno ha affrontato il tema “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”, ispirato al messaggio di papa Francesco per la Giornata della Pace, 1 gennaio 2018. Don Nandino Capovilla e Betta Tusset hanno commentato i quattro verbi utilizzati da papa Francesco nell’ormai noto messaggio per la Giornata della Pace: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. E’ stata inoltre presentata “Sulle soglie, senza frontiere” (https://sullesogliesenzafrontiere.com), campagna di sensibilizzazione all’accoglienza degna, sulla quale si svolgerà un seminario di formazione il 26/27 gennaio prossimi alla casa per la Pace di Firenze. Nell’ambito di questa campagna è previsto un “post bombing” ogni mese “il 10 alle 10”: una bella storia di accoglienza verrà condivisa contemporaneamente alle ore 22 il 10 di ogni mese, sul profilo facebook “Sulle soglie senza Frontiere”. Si vuole così lanciare un segnale contrario ai “post” che amplificano razzismo e intolleranza. Questa nuova campagna, lanciata nei mesi scorsi, nasce con la precedente “Ero straniero, l’umanità che fa bene”, che in pochi mesi lo scorso anno ha ottenuto il successo di 85.000 firme.
Daniele Biella, giornalista e scrittore, ha efficacemente raccontato la sua esperienza di una settimana dello scorso settembre vissuta a bordo della nave Aquarius della ONG “SOS Mediterranée” (collegata a Medici Senza Frontiere), durante la quale è stato testimone diretto di drammatici salvataggi in mare. Con le sue parole ha ribadito quanto sia importante sapere quello che sta accadendo nel Mar Mediterraneo.
Don Virginio Colmegna, della Casa della Carità di Milano, infine, ha illustrato l’importanza delle “Reti della Carità” nel loro complesso. Nel sottolineare i vari aspetti di questa solidarietà nei confronti di chi ha bisogno, ha concluso, riferendosi anche a quanto affermato da papa Francesco, che l’attività della chiesa non è paragonabile a quella di una ONG o alla gestione di un’agenzia.
La mattina del 31 dicembre il convegno ha proseguito i lavori con il momento di spiritualità guidato da Gianni Novello. Egli ha ricordato che quel giorno stesso nel Congo martoriato dalla guerra civile si sarebbe svolta una singolare marcia della pace. Alcuni versi di David Maria Turoldo hanno concluso la preghiera: “Vieni di notte…” e “Salva la tua creatura, Signore…”.
Dopo un saluto del vescovo di Bergamo, mons. Beschi, un altro saluto, inatteso, è stato rivolto da don Giovanni Ricchiuti, costretto suo malgrado a lasciare il convegno (e la marcia) a causa di una fastidiosa quanto insopportabile sciatalgia che lo affliggeva già da alcuni giorni. Egli ha auspicato che la marcia possa contribuire a scuotere le coscienze: quella ecclesiale, quella di chi ci governa e quella della gente comune, spesso male informata sulle guerre e sulla pace.
Ha quindi avuto inizio l’ultima sessione del convegno: “Disarmo: eppur si muove. Nuovi percorsi, metodi e impegni”.
Raul Caruso, docente di economia all’Università Cattolica di Milano, ha messo l’accento sui concetti di progresso e di non neutralità a proposito dell’economia. Impropriamente spesso si è portati a considerare l’economia come “neutrale” nel progresso della società. In realtà non è affatto così. Se in economia il valore si fa coincidere con il profitto, allora conviene investire in armi, che creano sicuri profitti e aumento del PIL. Ciò non porta però al “progresso” della società. L’economia della pace non è quindi “neutrale” da questo punto di vista. Inoltre, l’economia ragiona in tempi di “mesi”, mentre per lo sviluppo della pace ci interessa misurare i prossimi 30 anni. A distanza di tempo, un investimento in asili-nido è più produttivo di un investimento in armamenti in termini di progresso di una società.
Ricco di provocazioni, è seguito l’intervento di don Fabio Corazzina. Egli si è interrogato sulla metodologia. Ha fatto l’esempio degli Stati Uniti, dove quando si vuole modificare una legge o acquisire un certo diritto, viene messa in atto una strategia che comprende l’identificazione di potenziali alleati (e l’esclusione di altri), la pressione da esercitare su determinati gruppi, sui parlamentari o sull’opinione pubblica, e la valutazione delle possibilità di raggiungere l’obiettivo con i mezzi a disposizione. Da noi invece sembra che ci sia molta confusione. Non sappiamo bene con chi stiamo, quali obiettivi o quali priorità abbiamo, per esempio sul disarmo. ICAN c’è solo da sette anni e ha costruito il suo risultato con metodi e priorità precisi. Se condividiamo questo obiettivo dobbiamo lavorare perché l’Italia aderisca al Trattato di proibizione delle armi nucleari. Per farlo, chi dobbiamo tirare dalla nostra parte? I politici, certamente, perché è necessaria l’approvazione parlamentare; naturalmente le chiese e le religioni (ma cosa si pensa nelle parrocchie del disarmo nucleare?); i militari (difficile); l’economia (difficile). Si devono stabilire le alleanze ed essere disponibili a pagare un prezzo. Se ad un obiettivo se ne aggiungono automaticamente degli altri (per esempio l’Italia fuori dalla NATO…) e in breve diventano cinque obiettivi, allora le cose si complicano.
Cinzia Guaita, del comitato per la riconversione della RWM, ci ha infine raccontato l’attività di contrasto alla produzione delle bombe che, fabbricate a Domusnovas nella Sardegna sud-occidentale, sono state utilizzate nei bombardamenti sulla popolazione civile yemenita da parte dell’Arabia Saudita. Il movimento esisteva a livello embrionale già dagli inizi del 2000, ma si è risvegliato quando nel 2015 è stato documentato che le bombe utilizzate nel conflitto yemenita provenivano proprio dalla RWM sarda. Con varie inizative pubbliche sono stati messi in atto tentativi di interruzione dei turni di lavoro in fabbrica, culminati nella staffetta per la pace “run for unity” del 7 maggio scorso e in un convegno svoltosi recentemente il 3 dicembre. Così, dopo un iniziale isolamento e anche ostilità da parte del sindacato dei lavoratori, sono arrivate anche manifestazioni di solidarietà (Amnesty International, Oxfam, Banca Etica, Movimento dei Focolari). Pur in assenza di risultati concreti, il Comune di Iglesias con una mozione “città della pace” ha approvato un ordine del giorno che mira ad evitare l’ampliamento della fabbrica con un campo per le prove. Su questo aspetto la regione Sardegna farà una valutazione di impatto ambientale. L’appassionato intervento si è concluso con l’affermazione che la pace è di tutti e di tutte le generazioni, e non può essere strumentalizzata da ideologie o partiti.
Alla fine dei lavori, con i saluti di rito di don Renato Sacco, i partecipanti si sono dati appuntamento al pomeriggio per la tradizionale marcia della pace.