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verso la Perugia-Assisi: nel nome di Capitini

È una vera e propria rivoluzione nonviolenta quella che sta avanzando nel sud d’Europa e nel nord d’Africa. E’ questo il grande tema d’attualità emerso nel convegno “La lunga marcia della Nonviolenza” che si è tenuto a Bolzano. Un convegno per ricordare Aldo Capitini ed i 50 anni della Perugia-Assisi, “La lunga marcia della nonviolenza”. Hanno preso parte numerosi grandi testimoni della nonviolenza, studiosi, attivisti, scrittori, artisti, musicisti. Tra essi mons. Luigi Bettazzi, Nanni Salio, Enrico Peyretti, Mao Valpiana, Flavio Lotti, mons. Luigi Bettazzi, Fabio Corazzina, Rodrigo Rivas, Marianella Sclavi, Franco Ferrarotti, Enrico Panini.

di Luca Sticcotti
È una vera e propria rivoluzione nonviolenta quella che sta avanzando nel sud d’Europa e nel nord d’Africa. E’ questo il grande tema d’attualità emerso del convegno “La lunga marcia della Nonviolenza” che si conclude oggi a Bolzano, ospite del centro di Formazione Professionale di Via Santa Geltrude. L’iniziativa – organizzata dal Centro per la Pace del Comune di Bolzano e promossa anche dal Movimento Nonviolento, dalla Tavola per la Pace e da Pax Christi – ha portato a Bolzano numerosi esponenti del pacifismo nazionale per un denso programma di tavole rotonde, momenti di riflessione e testimonianze. Sullo sfondo 50 anni di impegno per la pace e una figura chiave, quella di Aldo Capitini, filosofo politico antifascista ed educatore italiano che di fatto diede il via in Italia al movimento nonviolento e pacifista.
All’ideatore della marcia per la pace Perugia Assisi che compie quest’anno mezzo secolo di vita, la casa editrice Il Margine ha dedicato un libro intitolato “Aldo Capitini. Le radici della nonviolenza”, scritto da Fabrizio Truini che abbiamo intervistato.
Fabrizio Truini, come si è svolto il suo primo incontro con il pensiero di Capitini e com’è nata l’idea di scrivere questo libro?
Rimasi affascinato dalla dalla questa figura quando lessi la prefazione di Bobbio a “Il potere è di tutti”, opera postuma di Capitini. Negli anni ’80 padre Balducci ideò l’enciclopedia della pace nella collana “I Mastri” e allora gli proposi di scrivere su Capitini. Venni dunque incaricato di realizzare una biografia ragionata, ricollocando Capitini all’interno della sua storia personale e della storia d’Italia. A 50 anni dalla prima marcia della pace Il Margine mi ha quindi chiesto di realizzare una nuova edizione del libro, limando alcune cose, facendo una nuova prefazione e rivedendo le conclusioni, aggiungendo anche un capitolo sull’educazione che nella prima edizione non ero riuscito a pubblicare.
Capitini infatti era un grande pedagogo.
Certo, per lui la nonviolenza doveva essere un metodo da insegnare soprattutto ai più giovani. Ma non solo. Il personaggio Capitini non è molto noto, ma il suo messaggio è indubbiamente di estrema attualità. Ad esempio Capitini fu uno dei primi fautori, a livello nazionale, della democrazia diretta.
Molto significativa è stata la sua scelta di non coinvolgersi direttamente in un partito politico.
La scelta di Capitini di rimanere estraneo ai partiti è rimasta un mistero che va ricondotto alla sfera delle scelte personali. Ugo La Malfa andò a Perugia e cercò di coinvolgerlo nel Partito D’Azione per farlo eleggere nella costituente, dove avrebbe potuto dare un grande apporto. Capitini si ritrasse e disse: “io preferisco la nebulosa al firmamento”. In questo senso non seguì il suo maestro Gandhi che invece fondò il partito del congresso e fu un uomo politico che portò all’indipendenza l’India. Quella di Capitini fu una decisione consapevole. Era convinto che il suo messaggio non doveva incidere nell’immediatezza della politica del suo tempo. Lo stesso stesso atteggiamento Capitini lo ebbe anche nei confronti della resistenza.
Capitini aveva una concezione molto personale anche del socialismo.
Il suo era un socialismo nonviolento. Quando nel 1948 lo chiamarono a Roma per commemorare Gandhi – e lui conosceva bene Ingrao e Bufalini – alla fine raccontò che ricevette in quel contesto molti complimenti, ma anche molti “sorrisi”. Capì benissimo che era rimasto solo. Fece la scelta di concentrarsi sulla traduzione del messaggio gandhiano, politico e religioso, della nonviolenza nelle categorie e nei concetti della cultura occidentale.
Vi è poi il tema cruciale del rapporto, tormentato, che Capitini ebbe con la Chiesa.
Fu una relazione conflittuale e polemica. Ma che divenne tale solo dopo il Concordato, che Capitini visse come uno schiaffo alla nonviolenza. In quel momento l’opposizione al fascismo che lui aveva maturato divenne anche opposizione alla Chiesa romana.
Capitini criticò anche il concilio, vero?
Sì, e in questo forse fu un po’ eccessivo. Ma lui partiva dal problema della condanna della guerra, condanna che non trovò nel concilio, e che quindi lo indusse ad un giudizio molto severo. Capitini in realtà era molto religioso, ma la sua era una religione nuova, quella della nonviolenza, una religione che arriva fino a Dio e cambia l’immagine di Dio e dell’uomo.
In questo senso Capitini è molto gandhiano.
Sì, per lui Dio “è tutti i nomi”. E così come ci dovrebbero essere dei filosofi che si occupano della “filosofia della nonviolenza” a partire da Capitini, ci dovrebbero anche essere teologi che studino e rivalutino il pensiero di Capitini che in alcuni momenti arriva al misticismo. Oggi quando vedo questi popoli in cammino – il popolo viola, il popolo arancione – li vedo come espressione della nonviolenza che avanza. Era il sogno di Capitini, quello di una cittadinanza che assume su di sé i problemi della quotidianità insieme a quelli del “mondo”. Una fraternità umana integrale.
Alto Adige, quotidiano di Bolzano 19-6-11    <!– –>

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