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Pax Christi Ferentino – Progetto sulla Mediazione dei conflitti

20160510_124753 Cari amici,

vi informo che l’altro ieri abbiamo partecipato, come Punto Pace, al convegno che si è tenuto presso l’Università di Cassino, con un nostro intervento.
Vi chiedo di volerne dare notizia!
Cordialmente!
Luigi Tribioli

locandina

Nel mese di febbraio 2013 il nostro Punto Pace di Pax Christi di Ferentino ha presentato alla Direzione della Casa circondariale di Frosinone un progetto per la Mediazione dei conflitti rivolto ai detenuti.

Eravamo mossi dall’idea che fosse necessario uscire dalle nostre comodità, sicurezze e anche pregiudizi.; che era il momento di combattere la cultura dello scarto, di cui ha parlato spesso Papa Francesco, ed essere vicini alle persone prive di libertà per aver commesso degli errori nella loro vita e aiutarle a compiere un cammino di scoperta di sé e sviluppare un processo di cambiamento per migliorare la loro vita interiore e quella relazionale all’interno del carcere ma anche per prepararle al reinserimento nella società al termine della pena, dando così un piccolo contributo all’attuazione della nostra Carta Costituzionale. Eravamo spinti ad andare nel carcere anche per motivi religiosi, dal messaggio evangelico, dal momento che noi apparteniamo a Pax Christi che è un Movimento Cattolico Internazionale per la pace.

Gli obiettivi specifici contenuti nel progetto erano quelli di promuovere la conoscenza dei metodi per le regolazione costruttiva dei conflitti che vanno considerati come il motore di ogni cambiamento personale e sociale, favorire la costruzione di relazioni basate sul rispetto di se e degli altri; sviluppare la capacità di ascolto e di dialogo; sviluppare  una comunicazione empatica e di tipo assertivo; le tecniche dell’ascolto attive e del comunicare in prima persona; la conoscenza degli assiomi fondamentali per una comunicazione efficace; riconoscere il ruolo delle emozioni in se stessi e negli altri. Tutti questi sono gli aspetti fondamentali di una competenza comunicativa che va oltre la competenza linguistica. L’ambizione era anche quella di formare i detenuti a svolgere il ruolo di Mediatori,secondo i metodi della Sociologia Clinica, a favore della comunità interna  per ridurre le tensioni tra i detenuti nelle relazioni interpersonali e creare un clima di maggior benessere con gli operatori del carcere stesso.

Il progetto è stato accolto molto favorevolmente dalla Direzione della Casa Circondariale e abbiamo iniziato a realizzarlo dal 21 settembre 2013 con un gruppo di 13 detenuti che hanno aderito al progetto. Tra questi c’erano anche 3 detenuti provenienti da altri Paesi con culture diverse. L’età dei detenuti era tra i 40 e i 45 anni. La maggior parte di loro era in possesso del titolo di scuola media inferiore; pochi erano quelli in possesso del titolo della scuola media superiore mentre uno frequentava con successo la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” di Roma.

La metodologia   da noi usata nel corso degli incontri di formazione è stata quella di coinvolgere tutti i detenuti del gruppo nelle attività lasciando loro la possibilità di esprimersi in modo libero e creativo anche attraverso l’utilizzo della tecnica del Brainstorming. Sono stati realizzati giochi di ruolo nella ricerca di soluzioni condivise. Gli incontri sono stati caratterizzati da un senso amichevole nelle relazioni ed è stato utilizzato fra tutti noi il pronome “tu” negli scambi verbali per facilitare lo sviluppo di una comunicazione efficace. Tutti gli incontri si sono aperti e chiusi con l’abbraccio sociologico per creare un clima favorevole tra di noi e per far comprendere l’importanza della relazione fra gruppo e individuo nella vita sociale.

Quali sono stati i risultati raggiunti?

Siamo convinti che ci siano stati profondi progressi sia  nel modo di comunicare  che nella gestione dei conflitti. Non esagero se affermo che in loro sia avvenuta una vera e propria  rivoluzione sul piano di una competenza comunicativa  e linguistica. Questo progresso ha consentito ai detenuti di uscire, anche se non di molto, da un senso di rassegnazione, scoraggiamento verso un contesto istituzionale caratterizzato da una comunicazione autoritaria e repressiva. Nonostante che nostri detenuti siano diventati più consapevoli del fatto che una comunicazione di tipo assertivo non ferisca l’autorità penitenziaria durante uno scambio comunicativo, è rimasta in loro la paura di  incorrere in sanzioni disciplinari e perciò,spesso rinunciano ad esprimere il proprio punto di vista e di entrare in conflitto – che pure veniva considerato come momento importante per una buona relazione interpersonale – vanificando così uno dei diritti sanciti dalla nostra Carta costituzionale che è quello della libertà di manifestare il proprio pensiero.

Con questi limiti oggettivi non siamo riusciti a formare il gruppo alla Mediazione dei conflitti, a parte qualche caso di simulazione.

Proposte.

Questa esperienza ci ha fatto capire che è necessario formare alla comunicazione tutti gli operatori del carcere, e per questo abbiamo già presentato un progetto; che inoltre, può essere interessante, in via sperimentale e al termine del corso con il nuovo gruppo di detenuti che dal 7 novembre del 2015 stiamo seguendo con gli stessi contenuti e obiettivi del progetto precedente, aprire uno sportello per la Mediazione dei conflitti che veda i detenuti protagonisti nella gestione dei conflitti stessi. E’ infine nostro desiderio promuovere un’osservazione partecipante all’interno del carcere per condividere fino in fondo con i detenuti

la loro vita quotidiana.

Termine del progetto

Il progetto è terminato alla fine di gennaio del 2015 dopo 42 incontri, con due mesi di sospensione durante l’estate, che si sono svolti ogni sabato mattina  per un totale di 168 ore, comprensive delle ore del convegno che abbiamo promosso presso il Liceo di Ferentino il 25 ottobre del 2015 sul tema “La mediazione in carcere: interventi di formazione per la regolazione dei conflitti tra detenuti” in collaborazione con la Direzione della Casa circondariale di Frosinone. Al convegno hanno partecipato tra gli altri, il Questore della Provincia di Frosinone Dottor Santarelli, il Procuratore della Repubblica Dottor Mesiti, un membro della direzione investigativa Antimafia di Roma, Dottor Puzzo, il cappellano della Casa circondariale di Frosinone, don Guido Mangiapelo, la docente di Antropologia culturale di questa Università, Professoressa Floriana Ciccodicola e infine il Presidente Nazionale della Società Italiana di Sociologia, dottor Pietro Zocconali.

Lettera di un detenuto

Qualche tempo fa avevo chiesto ad alcuni detenuti che avevano partecipato al primo corso di formazione, di raccontare la loro esperienza. Pochi giorni fa mi è pervenuta questa lettera di un detenuto che mia moglie Adele, mia fedele compagna di viaggio, vi leggerà.

 

Credo che l’esperienza vissuta nell’ambito intramurario  del carcere di Frosinone inerente al corso sulla Mediazione dei conflitti, sia stata una delle più stimolanti e interessanti in quanto mi ha consentito di riflettere su alcuni aspetti del mio carattere, spesso troppo impulsivo. Sotto la guida del Prof. Luigi Tribioli e dei suoi collaboratori, abbiamo vissuto un’esperienza unica e  irripetibile nel contesto intramurario (almeno per quello che mi riguarda). Confrontarsi con altre persone circa il modo di interagire con il prossimo, ti da modo di riflettere su quali siano i comportamenti errati o quelli idonei al fine di poter instaurare dei rapporti di civile convivenza senza trascendere nell’arroganza. Il punto cardine della struttura portante per una mediazione dei conflitti ragionevole, e’  saper stabilire, con il soggetto che si ha dinanzi, quel grado di empatia necessario a poter far si che il dialogo non trascenda e trovare i modi e la forma idonea per poter dialogare in modo sereno e costruttivo. In ogni caso, credo che prima di poter interagire con altre persone in modo sereno e costruttivo, bisogna conoscere se stessi, cioè riflettere in modo adeguato sui valori in cui credere profondamente e soprattutto avere fiducia e rispetto di se stessi,altrimenti non si possono rispettare i valori degli altri. Oggi, credo che sia molto difficile poter instaurare rapporti costruttivi in quanto sta prevalendo l’egoismo e con l’egoismo non ci può essere dialogo.

 

Conclusioni

In conclusione,non solo siamo impegnati a  realizzare con un nuovo gruppo di detenuti lo stesso progetto precedente e con la novità di far conoscere ai detenuti la nostra Costituzione,  ma che tra non molto ci verrà affidato, e per la prima volta, di seguire  un altro gruppo di detenuti dell’alta sicurezza, sempre con gli stessi obiettivi e programmi del progetto sulla Mediazione dei conflitti con altrettanto impegno settimanale.

Da queste esperienze che ho vissuto all’interno del  carcere a contatto con i nostri detenuti, sento che il carcere è di per se inadeguato al raggiungimento dell’obiettivo fissato dalla Costituzione che è quello della rieducazione dei detenuti stessi, è strutturalmente inadeguato ed è fonte di sofferenze psicologiche nonostante la buona volontà degli operatori. Trovo disumano che due detenuti siano costretti a vivere in 3 metri quadrati e 90 centimetri. Trovo altrettanto disumano far soffrire i detenuti quando il servizio sanitario nazionale  interviene con notevole ritardo nelle cure sanitarie, come mi è capitato di vedere con i miei occhi durante la mia presenza nel carcere. Trovo indegno che il detenuto-studente che frequentava il nostro gruppo era costretto a stare seduto su uno sgabello, anziché su una sedia con lo schienale. Per questo, concordo con coloro che sostengono la necessità di superare il carcere e si applichino sempre più le misure alternative per punire le persone che commettono i reati previste dalla legge.

Condivido perciò quanto scrivono nel libro dal titolo“Abolire il carcere” di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta. E’ la posizione che io ho espresso recentemente sulla Rivista Rocca, quindicinale della Pro Civitate Cristiana di Assisi.

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