Disarmare i cappellani militari

Cari amici e amiche, ultimamente hanno rilasciato interviste sui cappellani militari mons. Fisichella (presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione), mons. Marcianò (ordinario militare) e mons. Frigerio (vicario generale dell’ordinariato) che hanno esaltato la loro figura, assieme all’esercito, come consolatori, maestri di pietà, missionari, martiri, ministri dei popoli, buoni samaritani… Insomma la vera Onu, la vera Caritas, la vera Croce Rossa del mondo. A tal fine vengono usate frasi sia di Giovanni XXIII che di papa Francesco (il quale ultimamente ha esortato i soldati a convertirsi alla misericordia per poter essere, come tutti i credenti, testimoni di pace).

Quello che mi stupisce sempre di queste interviste, centrate tra l’altro solo sui costi economici dei cappellani militari (non suquelli evangelici, ecclesiali, culturali o formativi), è l’assenza di qualunque riferimento alla fonte della propria identitàsacerdotale e del proprio ruolo ecclesiale, al Vangelo di Cristo. Qui i preti sembrano solo operatori psico-socio-militariper necessità “assimilati ai militari” in tutto e per tutto, burocrati del sacro nazionale.

Tra i motivi che hanno animato Pax Christi dagli anni del Concilio a oggi, sul tema dei cappellani militari, occorreevidenziare la fedeltà al Vangelo di Cristo maestro di nonviolenza, lo sviluppo del magistero ecclesiale sulla pace, il rispettoper la laicità dello stato, l’anacronismo ecclesiologico della struttura di “Chiesa castrense”, i nuovi compiti affidati a credentiper organizzare “il disarmo integrale” (Pacem in terris 61).

E’ su questa base che Tonino Bello, intervistato da “Panorama” il 28 giugno 1992 sui costi economici relativi all’integrazioneorganica dei sacerdoti nelle strutture militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica edecclesiale. Per lui è necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri”,osservava: “non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle forze armate. Cappellani sì, militari no ”.

Pax Christi ha affrontato il problema a partire dal Convegno sui cappellani militari del novembre 1997. Recentemente, nelnovembre 2013, nella rivista “Mosaico di pace” è stato pubblicato il dossier “Sacerdoti, padri e generali”. Il 7 novembre2015, un seminario presso la Casa per la pace ha affrontato la questione proponendo al Convegno della Chiesa italiana,svoltosi a Firenze pochi giorni dopo, il superamento della figura del “prete soldato” o, meglio, del “prete ufficiale”.

L’enfasi sulla “militarità” come condizione necessaria per svolgere il ministero sacerdotale nelle Forze armate (S. Marcianò,Radio Vaticana, 29 aprile 2016) risulta inadeguata rispetto all’universale impegno per la pace, motivato dal Vangelo diCristo, unica fonte della testimonianza cristiana e dell’azione ecclesiale (il Concilio invitava i sacerdoti presenti tra i soldati a operare in ambito diocesano territoriale, Christus dominus 43).

Sarà bene rileggere i testi del Concilio, la Pacem in terris, l’Evangelii gaudium così come l’Appello alla Chiesa italiana sottoscritto da Pax Christi International, dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e da altre istituzioni e organizzazioni per promuovere la centralità della nonviolenza evangelica. Al riguardo, è in cantiere il 30° anniversario dell’incontro delle religioni ad Assisi (1986) cui possiamo dare il nostro contributo con la tematica del disarmo.

Nel contesto dell’anno della misericordia (che, come abbiamo detto ad Assisi, vuol dire disarmo, giustizia e condivisione) verrà lanciato un appello formale di Pax Christi alla Chiesa italiana per la smilitarizzazione dei cappellani militari con un gesto unilaterale di credibilità evangelica.

Shalom. Sergio P.

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